A cadenza variabile, nel dibattito pubblico prende posto la questione del 41 bis: il regime di detenzione di massima sicurezza. L’ultimo caso di attualità è quello di Alfredo Cospito, che è in sciopero della fame da ormai quattro mesi ed è stato trasferito in ospedale lo scorso sabato a causa del drastico peggioramento delle sue condizioni di salute. Per lui, il prossimo 24 febbraio la Procura Generale chiederà in Cassazione la revoca del 41 bis 

Sappiamo che il carcere di massima sicurezza viene introdotto come tentativo di ridurre al minimo la pericolosità della persona detenuta, i suoi contatti con il mondo esterno e con gli altri detenuti all’interno della struttura di reclusione. Quel che si tende a dimenticare con troppa facilità è che tale misura detentiva era del tutto straordinaria e legata alle esigenze dei maxi processi alla Mafia degli anni ’80 e ’90, e come sia poi scivolata lentamente dell’ordinarietà del diritto di punire. 

Ecco, allora: il dibattito intorno al 41 bis non dovrebbe vertere sulla giustezza o almeno della sua applicazione in casi specifici, ma riflettere su come si sia passati dall’eccezionalità all’ordinarietà della misura di restrizione. In altre parole, la vera domanda è: perché, come senso comune, accettiamo che la punizione sia vendetta – o nel caso del 41 bis, anestesia di vita? 

Nel romanzo autobiografico Sofia aveva lunghi capelli, l’autore – sottoposto al carcere duro per un periodo della sua vita – racconta la sopraggiunta incapacità di ricordare cosa significhi toccare l’altro. 

«Si rese conto che l’isolamento del 41 bis gli stava portando via la sensibilità del tatto e se ne stupì. […] per riscoprire un mondo che l’infame isolamento carcerario gli stava instancabilmente cancellando dalla mente e dal corpo, con un’opera di silenziosa cattiveria istituzionale. Apparentemente indolore e per questo ripugnate». (p.138) 

Videosorveglianza ininterrotta, solitudine continua, colloqui svolti solo attraverso un vetro divisorio. Piccole norme quotidiane che, sommate, distruggono l’esistenza fisica dell’altro e dell’Io a cui vengono imposte: la presenza corporea, l’ossatura dello stare insieme.  

Non esiste margine di recupero, occasione di riscatto: è solo carcere che conduce lentamente all’abbrutimento, al fallimento. La somma indistinta di un tempo che non esiste perché non trova riflesso nello specchio altrui. Non c’entrano le categorie del giusto o della morale, non si tratta di etica. Le falle di questo sistema penale si svelano nel momento in cui si trova il coraggio per ammettere che si è ben oltre la punizione quando il detenuto ricorda la pelle dell’altro, ma non la esperisce più. Oltre questa soglia, la punizione si dissolve nella vendetta pura 

E se la replica si riduce alla necessità di anteporre la sicurezza del bene pubblico a quella del criminale, non consiste in una ragione sufficiente: anche il carcere duro può essere ripensato e rivisto nella sua componente più afflittiva, perché assicurare la sicurezza pubblica non prevede inevitabilmente lo spegnimento del tatto. Il 41 bis è nient’altro che un’idea cristallizzata e stantia.  

Punire è un istinto basso, viscerale. È diventato convenzionalmente diritto retributivo. Ha assunto la postura del risarcimento per essere istituzionalizzato, della rieducazione per essere umanizzato. Qualunque sia la sua veste, la punizione è diventata diritto, perché aveva vergogna di rimanere vendetta 

E siamo fermi lì: scegliamo di infliggere dolore a chi (ce) ne procura. Sospiriamo di fronte alla sofferenza altrui. Per molti è catartica la sofferenza del capro espiatorio, dello stragista o del mafioso di turno, del cattivo. Giustifica la malignità che vogliamo mortificare negli altri, solo perché è anche nostra.  

La questione non è Cospito, ma il 41 bis.

 Leggi anche: Babbo Natale giustiziato – e non è stato il Grinch



Aggiungi un commento