Che fine fanno i pazzi criminali? Sono i corpi internati nelle REMS, Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, come previsto dal codice penale. Esistenze di vacuità e intransigente ricerca di senso: non solamente folli, né totalmente criminali. Corpi che l’etica della giurisprudenza coadiuvata dal sapere psichiatrico non riesce a definire reclusi, e decide per questo motivo di chiamare internati. Corpi che non rischiano lo stupore del reclamo, corpi di un presente inamovibile. 

Come tutti gli altri corpi istituzionalizzati, anche il loro divenire storico attraversa le strutture di confinamento e le regole del trattenimento. Il passaggio dai manicomi criminali del Novecento alle REMS, nate nel 2017, è scandito dalla graduale evoluzione dell’internamento, in cui rimane fissa la convinzione che i pazienti psichiatrici autori di reati restino soggetti da internare per essere puniti – non curati. Su di loro giurisprudenza e psichiatria hanno sperimentato la tagliente microfisica del loro potere, senza che una riuscisse a prevalere sull’altra. 

L’evoluzione storica dell’internamento mostra quanto la dimensione pubblica costruisca il concetto di follia, di criminalità e di pericolosità sociale. «I primi manicomi sono i lebbrosari, in quanto, con l’atto di separazione di Pinel, i matti sono considerati malati e non possono stare insieme ai delinquenti. Dunque, Pinel sottrae i “pazzi” dalle catene della delinquenza, ma li consegna ad altre catene, quelle più simboliche della psichiatria che nasce in quel momento», così Luigi Attenasio, psichiatra basagliano. 

Le REMS si presentano come timido tentativo di de-istituzionalizzazione delle malattie mentali figlie della Legge Basaglia, ma continuano a riprodurre al loro interno dinamiche totalizzanti di privazione della libertà e sorveglianza. Le prime 30 residenze aprono meno di cinque anni fa, subentrando agli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), che a loro volta, dal 1975, sostituivano i manicomi criminali.
La stagione degli OPG viene inaugurata circa un secolo e mezzo fa ad Aversa, dove nella casa penale per invalidi apriva la cosiddetta prima “sezione per maniaci”, la cui capienza non superava le 19 persone. Il direttore, Filippo Saporito, li descriveva come «delinquenti impazziti, che rappresentano scene di terrore e che portano scompiglio». È con la legge 36 del 1904 approvata da Giovanni Giolitti, che, dopo Aversa, Montelupo Fiorentino e Reggio Emilia, aprono i manicomi criminali di Napoli e Barcellona Pozzo di Gotto. 

Il Codice Rocco, istituito nel 1930, segna una svolta nella storia dei manicomi criminali, destinati dopo qualche decennio a diventare OPG. Prende così avvio il cosiddetto doppio binario, per il quale – in concomitanza alla pena – vengono previste le misure di sicurezza. Appartengono a questa logica i manicomi giudiziari: riservati ai non imputabili ritenuti socialmente pericolosi. Il risvolto più scivoloso del doppio binario vedrà nella costruzione degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari la soluzione di contenimento per le persone detenute che, pur non presentando patologie psichiche, risultavano difficili da gestire in carcere. 

Una direttiva per l’eliminazione dei manicomi criminali si leggerà soltanto nel 1974. Nello stesso anno, un tragico evento di cronaca porta alla luce una realtà già implicitamente nota: Antonia Bernardini, una paziente del manicomio giudiziario di Napoli, muore arsa viva mentre è bloccata in un letto di contenzione. Con l’approvazione della Legge Basaglia, gli OPG non vengono dismessi come accade per i manicomi civili e continueranno ad esistere per circa altri 40 anni.  È il 2010 (anno che conta circa 1500 persone internate negli OPG), quando la competenza di queste strutture passa dal ministero della Giustizia alle Asl, con l’intento di limitare l’internamento manicomiale e provare a interpretare, basaglianamente, la malattia mentale come una malattia sociale. 

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