A fine maggio 2022 sono state depositate le motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale che in aprile aveva stabilito che non sia opportuno che i nuovi nati vengano registrati automaticamente con il cognome del padre, qualora siano due i genitori a chiedere la registrazione del neonato, ma che ci sia piuttosto una libera scelta del cognome o dei cognomi, a patto che poi questa decisione venga mantenuta per gli eventuali figli successivi. Insomma, dice la Corte, se il signor Caputo e la signora Brambilla hanno figli, questi si potranno chiamare di cognome: Caputo, Caputo Brambilla, Brambilla o Brambilla Caputo.

A ottobre 2022 si è un po’ parlato del fatto che i primi dati sembrano indicare una certa resistenza a questa innovazione, con alcune città al massimo vicine al 20% di casi di doppio cognome (Caputo Brambilla). Non è chiaro quanti siano, invece coloro che chiedono il solo cognome della madre (Brambilla) o il doppio cognome con quello della madre a precedere il paterno (Brambilla Caputo).

Il tono di questa discussione sembra essere un po’ sopraccigliuto, tipo: ma guarda un po’, ora che potete prendervi ‘sto diritto, non sembra interessare più di tanto.

In verità, ci sono diverse cose che complicano la faccenda del “doppio cognome” e di una sentenza che stabilisce cosa sia opportuno o meno fare di fronte a una consuetudine. Ci sono cioè due ordini di considerazioni che possiamo fare su un’usanza come quella dei cognomi (che possiamo chiamare “culturale” nel senso che è praticata come sistema di identificazione delle persone da molto tempo).

Il primo ordine è la resistenza all’innovazione di fronte a una tradizione consolidata. Per ragioni del tutto storiche (dovute più che altro al sistema dell’eredità) i nomi di famiglia e poi i cognomi in molte società occidentali sono passati per via paterna (in alcuni casi le donne sposate acquisivano anche il nome del marito, come mia zia nata Teresina Vereni e molto orgogliosa, nel 1956, di essere diventata M.me Roger Allemand, oltre che cittadina francese). I figli con il cognome della madre erano quindi figli di madri singole o, dio non voglia, “figli naturali” che il padre non riconosceva (perché impegnato in altra relazione matrimoniale). Se questo sia giusto o sbagliato, possiamo parlarne. Io penso che sia sbagliato decidere a priori, ma sono anche convinto che quando diamo il cognome del padre non stiamo propriamente decidendo, e ci stiamo piuttosto allineando a una consuetudine, senza porci troppe domande su quel che sia giusto o ingiusto. La tradizione, intendo, ha un suo peso, e non mi sorprenderebbe affatto se si venisse a sapere che la grandissima maggioranza di genitori che ha continuato a imporre il solo cognome paterno ai nuovi nati giustifica la scelta con un si è sempre fatto così”, che è un argomento meno banale di quanto potremmo pensare. Per ogni persona la cui inclinazione è orientata a una concezione progressiva della società (per cui se oggi siamo a 100, domani dovremmo essere almeno a 101), ce n’è probabilmente almeno un’altra che, di fatto, ha una legittima visione conservatrice, e pensa che se oggi stiamo a 100, domani dovremmo evitare di andare a 99 e quindi “100 e sto”, compreso il modo di trasmettere i cognomi. Quindi, primo punto: ci sono cose che facciamo per pura consuetudine, e l’assegnazione del cognome è probabilmente una di quelle cose.

Che c’entra? starete già ribattendo in molti! Ci sono cose come la schiavitù che praticavamo come consuetudine e che per fortuna ci siamo tolti. Una pratica non è accettabile solo perché è consuetudinaria, e quelle abiette vanno senz’altro abolite.

D’accordo, anzi: d’accordissimo. Ma il punto che vorrei toccare è un altro, e ha a che fare con il secondo ordine di considerazioni che mi fa sospettare sulla completa ragionevolezza della sentenza della Corte Costituzionale. Spoiler per chiarire dove voglio andare a parare: non ci sono modi opportuni di trasmettere il cognome, se per opportuno intendiamo “che dia a ciascuno esattamente la sua parte di merito o di responsabilità”.

Tranne il caso della clonazione (ancora inaccettabile per qualunque ordinamento giuridico), gli esseri umani si riproducono per via sessuata. In questo caso, poco importa, davvero, se la fecondazione sia per accoppiamento, in vitro, omologa, eterologa, con donazione del seme, dell’ovulo, dell’utero o di altre combinazioni. Quel che conta è che, se sono coinvolte due persone (di nuovo, non stiamo parlando del caso di una madre che intende avere un figlio senza coinvolgere legalmente un’altra persona come co-genitore, stiamo parlando del caso in cui ci siano due genitori, anche dello stesso sesso) allora non c’è verso di essere equanimi quando si assegna il cognome (o i cognomi) dato che la forma del cognome è una questione culturale per risolvere un problema che, sul piano “naturale” non ha soluzione.

Il problema è quello edipico, che il grande antropologo Claude Lévi-Strauss ha sintetizzato in questo modo: come può uno derivare da due? Come può cioè un’unità soggettiva riconoscibile essere sorta da due altre unità soggettive riconoscibili? Le culture non sanno nulla di gameti e dna, ma hanno sempre dovuto rispondere a questa domanda. A volte l’hanno fatto attribuendo un ruolo primario a un sesso e quello di comprimario all’altro sesso. Nelle culture matrilineari (di cui abbiamo molta documentazione, storica e etnografica) è l’utero materno ad essere il vero responsabile del figlio generato, mentre in molte culture patrilineari è il seme maschile il vero nutrimento. In altri casi, si può credere che la parte maschile e quella femminile contribuiscano in modi diversi ma complementari (le ossa da un sesso, la carne dall’altro, per esempio e così via). Ma questo vale esattamente allo stesso modo nel caso di adozioni o genitorialità omoparentali. Se il cognome indica qualche sostanza o appartenenza che i figli ereditano, i cognomi sono parole e non possono che essere posti in qualche tipo di sequenza, creando così comunque una esplicita priorità, o precedenza. I cognomi si devono assegnare in una delle quattro combinazioni che abbiamo visto, ma nessuna rende giustizia al fatto che, davvero, uno è nato da due in assoluta parità genitoriale. Se si usa un solo cognome, l’altro viene del tutto trascurato. Pensateci: non avete la minima idea di che cognome avreste se nel nostro sistema il cognome venisse trasmesso da qualche generazione per via femminile. Non sarebbe certo il cognome di vostra mamma, perché lei stessa ne avrebbe uno diverso, quello di vostra nonna materna, che però non sarebbe quello che voi conoscete, ma quello di sua mamma, ed è molto raro che uno conosca il cognome della propria bisnonna materna, ma anche se foste tra i collezionisti di genealogie che lo sanno, comunque non sarebbe quello il vero cognome vostro, perché anche la bisnonna, in questo sistema matrilineare, avrebbe preso il suo, di cognome, dalla trisavola! Nei sistemi come il nostro c’è tutto il ramo materno dei nostri antenati che va semplicemente perduto. In realtà, quel che tratteniamo nel cognome è un unico filo di discendenza, dei due che ci hanno generato, dei quattro (nonni) che li hanno generati, degli otto (bisnonni) che li hanno generati, e così via, in una regressione che fa girare la testa in poche generazioni.

Comunque venga posta, la sequenza dei cognomi è fasulla e non rispecchia l’effettiva storia della discendenza individuale. A questo argomento si può a prima vista replicare con l’opzione del “male minore”: diamo ai bambini almeno il doppio cognome obbligatorio, riducendo l’inopportunità sollevata dalla Corte Costituzionale alla sola sequenza prescelta (prima il cognome paterno o materno?). Ma si tratta di una finta soluzione, che vale solo fin quando il figlio o la figlia con il doppio cognome mettono su famiglia e si trovano a loro volta con prole generata da qualche tipo di accoppiamento legalmente riconosciuto. A questo proposito, la Corte ha già detto che il doppio cognome non si può certo trasmettere alle generazioni successive, altrimenti già i nipoti del signor Caputo Brambilla si troverebbero con otto cognomi, cosa ovviamente ingestibile.

Ma questo è proprio il punto della questione: si sarà comunque inopportuni con un ramo o con l’altro, con il cognome del padre o quello di suo padre, o di sua madre, o del padre di lei, o della madre di lui e così via, all’infinito. Perché quello è il trucco della parentela, e dei cognomi che la caratterizzano nella nostra società: bisogna per forza tagliare via, bisogna, alla lettera decidere che parenti avere, che nomi portare.

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