Perché alcune persone “riescono” meglio di altre a scuola, e poi nella vita?

Il recente dibattito sulla denominazione del Ministero dell’Istruzione e del Merito ha riaperto una ferita profonda nel corpo politico del Paese, dato che la valutazione attorno al concetto di “merito” distingue sempre più nettamente la destra dalla sinistra. Per quest’ultima, il merito non è altro che una mistificazione di qualche forma di privilegio, mentre per la prima sarebbe piuttosto l’unità più equa tramite cui misurare la crescita degli individui e quindi della società.
Questa contrapposizione ha un fondamento in un’ulteriore opposizione rispetto a quel che si crede facciano la natura o la società, rispettivamente, nel determinare le vite dei singoli. Per la destra, è sufficiente premiare i meritevoli per creare di per sé un mondo più giusto. Per la sinistra, invece, basterebbe offrire a tutti davvero uguali opportunità per far sì che ciascuno possa raggiungere gli obiettivi che si è preposto. Si tratta di due enunciati falsi, che possono reggersi solo su due rispettive ipocrisie: a destra, il presupposto che non vi siano evidenti disuguaglianze sociali di partenza; a sinistra, che ci sia una tutto sommato eguaglianza di fondo tra gli esseri umani rispetto a tutte le loro qualità. Questi due presupposti sono entrambi falsi, come ci dimostra l’evidenza empirica.
Condizioni sociali differenti (il livello di istruzione dei genitori, la loro condizione economica, l’accessibilità delle istituzioni culturali, il sostegno di una comunità territoriale, i metri quadrati di verde per abitante, eccetera) producono risultati sociali differenti, e quindi due persone perfettamente equivalenti per capacità e potenzialità otterranno risultati molto diversi a seconda del contesto sociale diverso.

Ma è anche erroneo supporre che, a parità di condizioni, tutti otterrebbero gli stessi risultati

O comunque nessuno svetterebbe in alto o precipiterebbe al fondo di qualunque scala di misurazione. Gli esseri umani non sono tutti uguali e non c’è verso di ottenere gli stessi risultati per qualunque compito, anche riducendo al massimo le differenze sociali. Questo perché non è solo la società a essere iniqua, a distribuire i suoi doni in maniera del tutto diseguale, ma lo è anche la natura, che dota ciascuno di noi con qualità e difetti, creando gerarchie implicite.
Ci sono quelli portati per il conteggio, altri per l’articolazione del linguaggio, alcuni hanno una destrezza particolare con i piedi, o con le mani, altri sono oltremodo pazienti e quindi riescono nei compiti che richiedono precisione, altri sono carismatici o seducenti, e riescono molto bene come leader; ci sono quelli molto bravi ad analizzare rapidamente un contesto, altri invece sono dei veri geni della simpatia e delle relazioni. Nessuno e bravissimo a fare qualunque cosa. Nessuno è un incapace totale in tutti i campi. Abitiamo diverse gerarchie di capacità, e ci posizioniamo in modi assai diversi nelle diverse gerarchie.

Il problema è che siamo disposti ad accettare l’esistenza di queste gerarchie in campi sempre più ristretti della vita sociale

vale a dire le specializzazioni professionali di alto livello (quale che sia il tuo orientamento politico, per le cure mediche ti affiderai comunque a quello che consideri il top per la tua disponibilità, e se ti devi “accontentare” lo fai solo ragioni economiche, perché non te lo puoi permettere, non certo perché preferisci un medico che sai per certo essere peggiore di quel potresti avere); oppure le competizioni sportive (quale che sia la tua squadra del cuore, sai benissimo chi sono i campioni e chi sono i brocchi, nella tua squadra e in quella degli avversari). Al di fuori di questi campi ristretti, molti di noi pensano che ci sia qualcosa di immorale nel concepire gerarchie qualitative tra umani, proprio perché tendono ad attribuirle esclusivamente all’ingiustizia sociale.

In realtà non è affatto così, e gli esseri umani si differenziano per indole, per forza fisica, per resistenza, per bellezza e anche per intelligenza

nelle sue diverse articolazioni, comunque la si misuri. Fingere che la differenza tra gli umani sia solo la conseguenza dell’ingiustizia sociale vuole dire non rendere giustizia alla complessità e varietà della nostra specie.
Trasformare il merito nel proprio dio è un errore, altrettanto lo è trasformarlo nel proprio demonio. Non c’è infatti alcuna ragione di premiare qualcuno per le proprie qualità (che gli derivano un po’ dalla sorte del contesto in cui è nato, e un po’ dalla sorte delle disposizioni con cui è nato), ma non si capisce perché la società dovrebbe rinunciare (in nome di un mal concepito senso dell’equità) ad attribuire a ciascuno specifiche responsabilità in conseguenza alle sue specifiche capacità.

Se uno è bravo più della media a toccare la palla coi piedi, io lo vorrei nella mia squadra di calcio

e non vorrei punirlo escludendolo dalla squadra per principio, perché l’ingiustizia e il privilegio hanno fatto di lui Maradona e di me solo un goffo signor Rossi. E se una persona ha delle qualità riconoscibili per disegnare, per contare, per ballare, per parlare, o quel che sia, è del tutto ragionevole che la collettività gli riconosca questo “merito”, caricandolo di responsabilità sociali. Il merito, insomma, se accompagnato dalle conseguenti responsabilità, non è detto che sia proprio un premio. Per qualcuno può essere un peso, al quale sarebbe facile sottrarsi in nome di una fasulla concezione di eguaglianza.



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