Uso whatsapp da un paio d’anni, prima mi infastidiva, lo trovavo invadente. E invece adesso ho imparato ad apprezzare sempre di più i messaggi vocali, molto più pratici di una telefonata: mandandoli non si piomba nella vita altrui come quando ci si chiama; e poi nei vocali si va al sodo, ci si scambia solo le informazioni che servono. Naturalmente ci sono le eccezioni. I logorroici, come dappertutto nella vita.

Risale al 2018, quasi cinque anni fa, Felicità puttana, la canzone di Thegiornalisti; conteneva un verso che è diventato famoso: “Ti mando un vocale di dieci minuti”. Sottintendeva un uso consapevolmente esagerato di un medium – il messaggio vocale di whatsapp – che di per sé sarebbe destinato a scopi molto più agili. E infatti, il verso successivo svelava la funzione puramente relazionale di quell’eccesso, il suo valore emozionale, non biecamente contenutistico: “soltanto per dirti quanto sono felice”.

Ricevo vocali di uno, due minuti da persone che mi danno indicazioni pratiche o mi aggiornano su questioni di lavoro. E ne ricevo altri di sette, otto, nove minuti da amici molto cari che mi dicono che cosa hanno pensato la sera prima, commentano un libro, mi raccontano una scena vista per la strada.

Mi sono accorto che per ascoltare i primi, i vocali pratici, li accelero a velocità 1,5x (a velocità 2x diventano troppo caricaturali). Gli altri li lascio a velocità 1x. Vale a dire che la velocità con cui li ascolto non dipende affatto dalla lunghezza. Certo, quando ricevo un vocale da un amico carissimo e vedo che è così lungo, a volte lascio passare delle ore prima di ascoltarlo, finché non riesco a ritagliarmi una pausa per dedicargli l’attenzione che merita.

Velocità 1x significa che io del mio amico voglio assaporare il ritmo della sua voce, comprese le pause e i momenti di esitazione. Se ne potrebbe ricavare (è il mio vizio intellettuale: mungere l’universale dal particolare [1]) un criterio di verifica dell’amicizia, tratto da una circostanza transitoria: i veri amici, le persone a cui vuoi bene, sono quelle che ascolti a velocità 1x.

Si potrebbe andare oltre, e immaginare un mondo che possa essere sospinto alla velocità che decidiamo noi. Faccende noiose, a velocità 1,5x; o, perché no, 2x. Potrei scriverci un racconto, un po’ magico un po’ fantascientifico. Un mondo che ogni tanto accelera se premi un tasto. Hai un bonus giornaliero di mezz’ora al giorno da poter comprimere. I più ricchi si comprano a prezzo carissimo un’ora, due, tre ore al giorno, che risparmiano per il loro tempo di vita futura, le accumulano in una specie di piano pensionistico. I ricchi sfondati sveltiscono intere annate, perché sono cronicamente annoiati e soprattutto perché così possono godere di qualcosa che solo loro possono procacciarsi: io può, voi cicca cicca. (Resta da capire come sarebbe possibile armonizzare reciprocamente una vita collettiva a velocità diverse; ma queste sono quisquilie della verosimiglianza).

Con in mano un dispositivo del genere, manterremmo a velocità 1x solo le cose belle, interessanti, appassionanti. Distingueremmo fra i segmenti della vita che meritano di essere vissuti da quelli che vanno semplicemente sbrigati. E infatti “sbrìgati!” è l’appello che la nostra anima rivolge al mondo, quando essa scalpita e non ne può più di ciò che le tocca fare e subire.

Rileggo quello che ho scritto fino a qui e mi sento in colpa. Ho dedicato cinquecento parole ai vocali di whatsapp!

Che cosa è effimero, che cosa è duraturo? Di che cosa vale la pena occuparsi? Che cosa bisogna analizzare?

Ci sono cose che mi infervorano: vorrei buttarmi a scrivere cosa ne penso di una pubblicità appena ascoltata alla radio, di una merce vista in vetrina, di una notizia letta su un sito. Sul momento mi sembrano interessantissime, poi una voce dentro di me mi dice: «Complimenti, ti lasci depistare anche tu dalle stronzate. Vergognati. Il tuo compito è tenere gli occhi fissi sulle cose che contano. Sai cosa sei? Un animale che schizza verso l’alto a mangiare i bocconi che spuntano dal soffitto: non hai ancora capito che quello non è il soffitto, è la superficie dell’acqua, e tu sei un pesce, e sopra di te c’è qualcuno che, dal suo mondo, ti butta quelle esche per distoglierti dai tuoi compiti, per pasturare il tuo spreco di intelligenza».

Poi però penso a Miti d’oggi di Roland Barthes, alle annotazioni di Benjamin su Mickey Mouse, a Gramsci e il nazionalpopolare. E, d’altra parte, mi ha sempre spazientito l’attenzione che richiede l’attualità politica, come se l’unica opportunità di cogliere la rotta che sta prendendo la Storia fosse nell’attenzione ossessiva alla cronaca.

Una lettura istruttiva recente è stata per me Il fascismo giorno per giorno. Dalle origini alla marcia su Roma, nelle parole dei contemporanei (a cura di Giovanni Scirocco, Feltrinelli, 2022): già nel titolo spicca la necessità di un’adesione giornaliera, giornalistica, alle notizie del presente, perché in ogni momento si potrebbe preparare una svolta epocale. Ed è impressionante come alcuni osservatori in quegli anni non avessero capito di vivere in un periodo fatale.

Si è rimproverato spesso a intellettuali e scrittori della mia generazione di essersi attardati a decostruire troppo appassionatamente una trasmissione televisiva, un prodotto, una moda, con una lena e un investimento di acume degni di miglior causa.

Eppure io credo che questa attitudine non sia una malattia infantile postmoderna, o del tardo capitalismo che dir si voglia. Per quanto mi riguarda, è uno dei lasciti del sapere narrativo. Lo chiamo così, ma potrei chiamarlo anche attenzione romanzesca. A che cosa mi riferisco? A quell’atteggiamento conoscitivo per cui i romanzi, e in generale la narrativa realistica moderna (ma, a ben vedere, quella di tutti i tempi, dai poemi omerici in poi) hanno preso sul serio i fenomeni transitori, e non necessariamente i più clamorosi, né quelli che passano per essere rappresentativi di un’epoca.

Faccio due esempi. In Madame Bovary, Flaubert mostra come i rapporti umani, in alcuni decenni dell’Ottocento, abbiano potuto prendere una certa piega a causa di una innovazione nel sistema dei trasporti pubblici: la carrozza coperta, il fiacre. È un veicolo che separa lo spazio del vetturino da quello dei passeggeri, i quali così si trovano chiusi in una cabina privata. Ciò ha reso possibile la celeberrima scena dell’adulterio per le strade di Rouen fra Emma e Léon, in cui la carrozza si trasforma in un’alcova ambulante. Quel tipo di oggetto, con quelle caratteristiche specifiche, fa sì che una relazione venga vissuta in un modo che non c’era prima e non ci sarà dopo, quando le carrozze saranno sostituite da altri tipi di mezzi pubblici.

Il secondo esempio viene da un narratore del nostro tempo, Daniele Del Giudice, morto nel 2021: Del Giudice non solo ha raccontato il mondo con un atteggiamento attento alla transitorietà tecnologica, ma lo ha anche teorizzato. In un suo reportage intitolato Di legno e di tela (raccolto in I racconti, Einaudi 2016) sostiene che «ogni oggetto impone un portamento». È una frase che, nella sua eco lessicale, risente forse di una celeberrima conferenza di Heidegger, La questione della tecnica (1953): «L’essenza della tecnica moderna consiste nell’im-posizione».

Comunque, nel testo di Del Giudice la frase riguarda l’evoluzione dell’aeronautica: un secolo fa si volava con una bussola e un altimetro, e bisognava prendere continue decisioni per salvaguardare la propria sopravvivenza; così lo stare al mondo del pilota, il suo staccarsi da terra, era completamente diverso – come esperienza esistenziale, come messa a repentaglio della propria vita, come impatto neuropsichico, come preparazione teorico-pratica – rispetto ai piloti che sono venuti dopo, che hanno delegato sempre più la gestione del volo agli strumenti, fino agli apparati elettronici del nostro tempo.

Sto dicendo cose che per l’antropologia sono scontate (d’altronde, ognuno attinge i suoi saperi dalle fonti che frequenta di più). L’umanità produce strumenti che, di rimando, producono umanità. Ma di questa ovvietà mi interessa la conseguenza conoscitiva, l’attenzione che innesca in noi e che dedichiamo al tempo in cui viviamo.

La letteratura realista mi ha insegnato a guardare in un certo modo l’avvicendamento delle novità tecnologiche. Ciò che mi pare degno della nostra curiosità di sensomani, è la quantità di utopia, di potenzialità che si manifesta in questi fenomeni, anche quelli più effimeri. È vero, ci sono cose che durano poco: spesso ci sono oggetti tecnologici che attecchiscono sul mercato, vengono usati da tutti, e dopo pochi anni diventano archeologia. E però nel loro manifestarsi «impongono un portamento», che prima del loro sorgere non c’era, e dopo il loro tramonto non ci sarà più. Mostrano una possibilità relazionale. Fanno capire meglio un aspetto dell’esistenza, mettendolo alla prova in circostanze inedite. E, creando nuove circostanze, creano anche nuovi aspetti. Mi spiattellano come sono fatto e come potrei essere.

Chissà se fra cinque anni useremo ancora whatsapp e i suoi vocali; e chissà da che cosa verranno sostituiti. Ma forse un giorno ci ricorderemo di quel bizzarro periodo storico in cui l’amicizia si differenziava dagli altri rapporti anche nella scelta di un tasto su uno schermetto, e distinguevamo le persone a velocità 1x da quelle a velocità 1,5x.

Leggi anche: La mia vita da sensomane #2: Sfintopia

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[1] Sulla tastiera ho battuto per sbaglio la “i”, che è accanto alla “u”, così avevo scritto “mingere l’universale dal particolare”: che è un bel refuso. Sempre di liquidi si tratta. Ma nel primo caso bisogna deciderlo, di mettere le mani sulla mammella gonfia di una bestia lattifera; nel secondo caso semplicemente si rilascia la propria vescica. Nel primo caso l’universale ce l’ha qualcun altro, nel secondo è in noi stessi. Nel primo caso l’universale è un alimento da assumere, nel secondo un’escrezione di cui liberarsi.


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