Ognuno di noi è il risultato di un accoppiamento: un maschio e una femmina della nostra specie si sono accoppiati – cioè hanno mescolato ciascuno metà del proprio codice genetico in una nuova cellula – e hanno dato inizio alla nostra vita. Questo tipo di riproduzione sessuata ha circa 350 milioni di anni, il che significa che il principio che costituisce il nostro corpo vivente si è trasmesso per molti milioni di generazioni dentro la riproduzione sessuata. In verità, si può andare ancora più indietro, a quando la natura riproduceva la vita in modo asessuato, copiando le informazioni genetiche interamente da un genitore alla sua progenie. Probabilmente i primi organismi viventi sono sorti sui pennacchi del magma sparato nell’acqua dai vulcani sottomarini. Noi umani non dobbiamo considerarci l’apice dell’evoluzione, questo è un ovvio errore antropocentrico, ma tutti noi viventi attuali (dalla zanzara che mi importuna in questo momento mentre scrivo, al signore che si lamenta giù in strada che il portone è ancora chiuso, dal pipistrello vampiro che proprio ora sta succhiando il sangue dal collo di una mucca argentina alla sogliola che resta immobile sul fondo sabbioso di qualche laguna), tutti noi viventi contemporanei siamo discendenti di una catena ininterrotta di antenati che si è originata necessariamente su quegli sbuffi di vapore magmatico o in qualche altro modo, comunque miliardi di anni fa.

L’antenato che abbiamo in comune io e la zanzara è ovviamente molto, molto lontano nel tempo (più lontano dell’antenato comune tra quella zanzara e la sogliola), mentre io e il signore che si lamenta del portone chiuso potremmo forse scoprire di avere un medesimo avo a cinque o sei generazioni dalla nostra, a poche decine d’anni da oggi, facciamo due secoli, per dire.

Non ci sono eccezioni a questa fantasmagorica immagine di parentela planetaria: io e il ficus che mi guarda perplesso e inclinato dal suo vaso in salotto, non è impossibile che proveniamo dallo stesso ceppo originario di microscopici esseri nati sul ribollire di un fondale marino.

In un altro post abbiamo detto che un atteggiamento sanamente antropologico si può condensare nel verbo “accorgersi” , ma qui possiamo aggiungere che quell’accorgersi (di sé) non può accadere compiutamente se non è accompagnato da un altro verbo: “collocarsi”. Ognuno di noi dovrebbe essere cioè in grado di pensarsi come un nodo di una rete di interconnessioni, e quanto più quella rete è raffigurata in modo accurato tanto più sarà fitta ed estesa, arrivando fino al ficus, o almeno fino alla zanzara… 

Le culture umane sono dispositivi di comprensione di queste reti, tentativi di mantenere più o meno vigile la consapevolezza che ciascuno di noi è il frutto finale di una lunga storia, decisamente di successo, di accoppiamenti riproduttivi. Le cosmologie (cioè i racconti sulle origini del mondo) e le teorie locali della parentela (cioè le rappresentazioni sulle origini di ciascun umano contemporaneo del proprio gruppo) sono forme culturali (elaborate nei tempi lunghi della trasmissione del sapere appreso) per raccontare questa interconnessione, questa gigantesca rete di “parenti” che circoscrive l’intera vita.

Chiamiamo allora Antenati coloro che, usciti dal mondo vivente, sono stati comunque anelli necessari della catena dell’essere che è giunta fino a noi. Nella cultura della tarda modernità che tutti attraversiamo, non c’è una grande attenzione cosciente per gli Antenati. Relegati dalla secolarizzazione negli spazi marginali dei culti religiosi, gli antenati hanno apparentemente perso importanza nelle nostre pratiche quotidiane, eppure non sono certo meno necessari per la nostra stessa vita in senso strettamente biologico, come abbiamo visto.

Dobbiamo ripensare agli Antenati, a come ci hanno condotto fin qui e a come noi siamo interconnessi, tramite loro, a molti altri viventi. Ci sono spazi per il riconoscimento degli Antenati in tutte le culture, tranne che nella cultura secolare che caratterizza il pensiero occidentale della tarda modernità. È un’eccezione curiosa, no? Che forse vale la pena di comprendere e di provare a colmare, visto il buco che lascia nella vita di noi tutti.



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