Il primo appuntamento, la puntata zero, la pagina uno, tutte occasioni per chiedere o rispondere a un perché. Anche la serie di articoli sulle istituzioni totali* comincia dalla stessa domanda: per capire il carcere, ad esempio, è indispensabile chiedersi perché punire? Qual è la ragione e il suo obiettivo.

Le istituzioni totali hanno bisogno di essere disciplinari, «sono in qualche modo al di sotto del dicibile», spiegava Foucault durante un’intervista a proposito della questione penale. Articolate intorno a un paio di dogmi sommari, ordine e sicurezza, la società in cui si radicano è quella del controllo, retta su un potere che consta di intrusività e condizionamento passivo, di uno sguardo latente ma onnipresente. Di una riflessività talmente sopita da risultare superflua.

Sono figlie del positivismo giuridico: quella corrente di pensiero nella quale le leggi sono la misura del giusto e dell’ingiusto e in cui l’etica è misura delle legge e viceversa. Dato questo assunto, la capacità di sottoporre a una valutazione critica la legge non è nient’altro che una smania pretestuosa e stanca. Fallimentare già nella pretesa. È questo l’indice di disciplinamento dell’istituzione totale.

ph. Francesco Formica

Il carcere è un connubio di leggi che si vantano di educare e di un’etica sadica che non rinuncia al piacere di punire. La pretesa è quella di neutralizzare il criminale e non il crimine. La questione non è il male in sé. Non lo è mai stata. Tra le istituzioni totali, il cercere è il più restio al cambiamento, perché ribadisce la propria esistenza sbiadendo i bordi del suo bipolarismo: da un lato giustificazione pubblica, «la prigione serve perché ci sono i criminali», dall’altro funzione nascosta, quella del carcere come strumento di repressione sociale, che, subdolamente, non fa che ingrassare i margini della dimensione manifesta.

Legato com’è alle logiche retributive, riconosce il reato immolando il colpevole. Sta nell’esibizione della colpa, nel marchio, nell’etichettamento, la funzione catartica della punizione: deresponsabilizza la società per bene dall’atrocità o dalla bassezza altrui. La punizione è l’illusione di un riscatto ontologico, che passa attraverso l’individuazione di un capro espiatorio: non solo colpevole, dunque, ma necessario per rinsaldare l’equilibrio sociale, quella confortevole dicotomia amico-nemico, in cui Schmitt riconosceva le categorie stesse del politico.

*Chiara Formica inaugura con questo articolo un ciclo di incontri sulle istituzioni totali.

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