Pochi giorni fa ero al Lido, una delle isole lunghe e sottili, quasi una diga che separa il mare Adriatico dalla laguna di Venezia. Di solito la prima cosa che pensiamo quando diciamo “isola” è un oggetto geologico più o meno rotondo. O comunque, anche se è un poligono complesso e molto frastagliato, l’immagine mentale che abbiamo di isola è idealmente circolare, platonicamente circostanziata; in questo caso, circo- e -stanziata indicano una stanzialità circondata dal mare. 

 Invece, come sempre, la realtà è multiforme, ed esistono isole con una vocazione principale del tutto diversa: non quella di essere passivamente isolate ma, come il Lido, quella di attivamente separare, tagliare in due; da una parte le acque marine, più salate e turbolente, dall’altra le acque lagunari, salmastre e meno irritabili. E dunque, non un’isola che subisce dalle acque il suo isolamento (cioè riceve il suo statuto di isola da qualcosa che la rende tale attorniandola), ma un’isola che agisce, che impone la sua legge alle acque, le divide (e nel farlo afferma da sé anche la propria caratteristica isolana, stabilisce autonomamente la propria ragion d’essere).  

Era un giorno di mercato. Già che c’ero sono passato a comprare qualche verdura coltivata nei campi delle Vignole, un’isola interna della laguna: dunque un’altra isola, molto più piccola e compatta, molto più tradizionalmente isola rispetto al Lido. 

 Faccio notare che all’inizio ho menzionato il Lido solo perché volevo dare qualche coordinata su dove mi trovavo quando è successo quel che sto per raccontare; e invece la descrizione mi ha preso la mano, si è dilatata, e sono finito col fare delle riflessioni sulla forma delle isole. Apparentemente una divagazione, ma c’entra con quel che racconterò. 

 Più tardi, era quasi ora di pranzo, aspettavo il vaporetto sul pontile d’imbarco. A Venezia li chiamiamo ancora così, anche se non vanno a vapore, ed entro una decina d’anni avranno tutti il motore elettrico. Sono battelli pubblici acquei, equivalenti agli autobus e ai tram. Data l’ora, c’erano pochi passeggeri. Sono riuscito a prendere posto sui sedili a prua, quelli all’aperto, che di solito si accaparrano i turisti. Nel tragitto fra il Lido e Sant’Elena, la coda di Venezia, ho tenuto la testa bassa sullo schermo del telefono, leggendo una polemica letteraria. Mi sono riscosso, sentendomi uno stupido, perché avevo sprecato quei minuti di navigazione abolendo il paesaggio intorno a me, per conficcarmi dentro il solito rettangolino luminoso fitto di senso, accodandomi alla sequenza delle diciture, la rotaia di significati prescritti, obbedendo alla sua dettatura, come stai facendo tu che leggi adesso. 

 Stavo per tirare fuori il mio quaderno e prendere qualche appunto, per mettere a frutto la mezz’ora di trasbordo che mancava per raggiungere la mia fermata. Poi ci ho ripensato. Perché devo sempre ricavare senso dalle cose?, mi sono detto. E perché tendo a travasare questo senso trasformandolo in scrittura? Perché quest’ansia di sensofacitura, di semapoiesi? 

Ho lasciato il quaderno dentro lo zainetto e mi sono messo a guardare. Semplicemente guardare, come fanno i turisti. D’altronde, ero seduto in uno dei posti che di solito occupano loro.  

 Mi sono limitato a rimirare, contemplare, occhiare. O almeno, ho cercato di farlo, ma ho fallito. Non miseramente fallito, come si suol dire. Ho fallito lussuosamente (sembra meno grave, invece è peggio). 

Il battello percorreva il bacino lagunare, rasentando i Giardini napoleonici dove era in corso la Biennale d’arte, e poi la riva dei Sette Martiri, la riva degli Schiavoni: la casa in cui abitò Petrarca, che avrebbe voluto donare i suoi libri a Venezia per fondare una biblioteca. Per varie cause la sua volontà testamentaria non fu eseguita, e ad avviare la biblioteca Marciana ci pensò il cardinale Bessarione; ma Petrarca resta uno dei primi inoculatori della sensomania da queste parti, la compulsione a ricavare senso dalle cose e a esprimerlo, e poi a piazzarlo, a instaurarlo.  

 Ed ecco che insomma non riuscivo a guardare le cose senza ricavarne anch’io qualche considerazione sensata. Per questo dicevo che ho fallito lussuosamente: le cose fanno irrimediabilmente traboccare il loro senso in me, e viceversa, io verso in loro la mia produzione di senso.  

 Certo, stavo attraversando Venezia, non esattamente un posto desertico, vuoto di segni e significati. Ma nel deserto, secondo Ernest Renan, proprio per la sua desertitudine, fu possibile concepire l’idea di un Dio unico: l’assenza, la vuotaggine, la desolazione fecero traboccare nelle menti sensomaniache la pienezza del monoteismo; una constatazione fenomenologica si rovesciò in una contromossa, nel desiderio angosciato di riempire gli spazi.  

Mi viene in mente l’estetica romantica del sublime: di fronte alla natura poderosa, tempestosa, pericolosa, oppure semplicemente vasta, immensa, ci si sente inerti, minuscoli, frangibilissimi. E forse è proprio lì che si concepiscono idee altrettanto colossali. La specialità della casa, della nostra specie: le idee iperboliche. Le trovate della nostra stirpe animale dotata di coscienza, e consapevolezza della morte.  

Oltre la casa di Petrarca cominciava la filza della fittità urbana più incrostata di senso che ci sia: da una parte l’isola di San Giorgio, la facciata di Palladio, l’ottagono cupolato della Salute; dall’altra le Prigioni, il palazzo Ducale, il campanile di San Marco, la biblioteca Marciana, centrale nucleare della sensomania, cubo d’irradiazione, folle formicolio, vibrazione convulsiva, deposito di folgori epilettiche. 

 Avevo tutta l’intenzione di mettere il cervello in pausa, per lasciare che a scorrere fossero le pure immagini, impersonando la figura più stolta della nostra epoca, il turista, come divento io stesso quando viaggio, ma non mi è stato possibile. Non sono capace. Devo prenderne atto e accettarlo, ammettere quello che sono, anche se non sono contento di essere così. Un sensomane. Da un lato ne sono orgoglioso, è la mia forma di vita e me ne compiaccio, è inutile nasconderlo, mi ci pavoneggio; dall’altro penso che sia opprimente e ne patisco il gravame, per quanto io disprezzi gli esseri spensierati; o meglio, no, non gli spensierati, ma i frivoli, quelli che la consapevolezza ce l’avrebbero, ma la sprecano. 

Non ho mai capito bene il senso di quella cosa che si chiama meditazione. Io pensavo che significasse: “scegliere un tema e pensarci intensamente”; invece chi fa yoga mi ha spiegato che consiste nello sgomberare la mente. Ma è possibile farlo? Davvero c’è qualcuno che ci riesce? Io sono condannato alla sensomania, è il mio destino occidentale. Ricavare senso, sempre e comunque. E, di conseguenza, vivo in perenne stato di malinconia, di rammarico per tutto il senso che va perduto, che si affaccia alla mente e non viene espresso, appuntato, scritto.  

Ho cominciato a collaborare a questa vostra impresa, vi ringrazio di avermi invitato e di ospitarmi nelle vostre pagine. Proprio perché è il mio primo intervento, ho pensato di iniziare dalle premesse della nostra attività, del nostro modo stesso di stare al mondo. Anche voi vivete nella sensomania? In questa specie di substrato, di assillo soggiacente a tutto ciò che si fa e che si pensa? È questa la condizione fondamentale delle nostre esistenze? E se lo è, ne è anche lo scopo? *

*Sì caro Tiziano, condividiamo lo stesso inevitabile destino. Questa rubrica prende il nome da un tuo libro e un tuo libro vuole omaggiare, ma che dire, di più, vuole omaggiare la tua intera opera, che ci ricorda quanto produrre e leggere narrazione e poesia sia come avere gli occhi sulla graticola: a fuoco lento o a fuoco vivo, resteranno inevitabilmente cotti.

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