Quando si esce dal mondo delle scienze sociali per affacciarsi su altre discipline (in questo caso: la primatologia), una delle differenze che si fanno notare quasi subito è la concezione del tempo. Gli studiosi dell’uomo come animale sociale hanno come limite superiore qualche decina di migliaia d’anni; chi si occupa anche di ominidi può andare indietro qualche milione d’anni. Ma chi studia l’umano ricollegandolo (con tutta la sua cultura, con tutta la sua storia perfino morale) all’evoluzione della vita, si trova a cavalcare il Tempo con un’ampiezza inimmaginabile:

Anche chi dubita delle spiegazioni evoluzionistiche e pensa che le stesse regole non valgano per noi deve comunque riconoscere una verità fondamentale della selezione naturale. Tra le persone che oggi camminano sulla Terra, nessuna sarebbe qui se i nostri antenati non fossero sopravvissuti riuscendo a riprodursi. Tutti i nostri antenati concepirono figli e riuscirono ad allevarli, oppure aiutarono altri a crescere i loro. Non esistono eccezioni a questa regola perché chi non è riuscito a farlo non è potuto diventare l’antenato di nessuno (p. 19).

Il libro di de Waal ci costringe (con la tipica pacatezza di questo spilungone olandese) a prendere atto che ciascuno e ciascuna di noi è il frutto di una catena ininterrotta di accoppiamenti sessuali che si rinnovano da almeno un miliardo e duecento milioni di anni, da quando cioè la riproduzione di una nuova vita nel nostro albero evolutivo si è consolidata come l’unione delle cellule sessuali di due individui distinti, un maschio e una femmina.

L’antitesi maschio e femmina, dunque, ci accompagna da molto prima (davvero: molto prima) che comparissero non solo gli umani, ma i primati, le scimmie, i mammiferi. La vita era incomparabilmente più semplice eppure già aveva selezionato questo metodo tra i principali per riprodursi, e noi non ci siamo mai spostati da quella linea riproduttiva. De Waal, in questo libro, prende questo tema centrale e ci racconta come viene declinato tra i primati: vale a dire i gorilla e poi i tre tipi di primati “pan”: scimpanzè, bonobo, esseri umani.

La lezione da apprendere è quella che l’antropologia ha sempre saputo, e cioè che il sesso (quello che biologicamente determina chi siamo per quanto riguarda la riproduzione) non determina in modo automatico il genere (vale a dire la percezione della propria identità sessuale) ma nondimeno tra sesso e genere vi è un’interrelazione molto stretta e non ha senso parlare di genere come di qualcosa completamente separato e indipendente dal sesso, come una costruzione interamente sociale. Abbiamo troppi dati accurati e incontrovertibili che ci dicono, ad esempio, che i cervelli sono diversi nei maschi e nelle femmine di moltissime specie animali, e di tutti i mammiferi, e questo dipende dal modo diverso con cui maschi e femmine trasmettono i loro geni.

Il nemico principale di de Waal è costituito dal binarismo epistemologico, vale a dire da quel modo di pensare (molto comune tra molti studiosi e scienziati, studiose e scienziate) che visto che gli esseri umani hanno un corpo biologico e una natura sociale (nella letteratura anglosassone ci si riferisce in questo senso al body politic, il corpo politico), allora uno dei due “corpi” deve essere superordinato all’altro, deve avere la precedenza, al punto da negare il peso dell’altro fattore nelle spiegazioni. Nascono così i determinismi genetici da un lato (alla ricerca del gene dell’alcolismo, o della criminalità) e i costruttivismi radicali dall’altro (la persona nasce neutra in tutti i sensi, ed è solo il contesto sociale a imporre razza, genere, classe e cultura). De Waal ci dice invece che è nell’interazione tra questi due corpi che prendono forma le concrete vite umane. Questo significa liberarci dai pregiudizi, di ogni ordine. Anche da pregiudizio, ad esempio, che le scelte dei giocattoli siano interamente imposte dai genitori e dal contesto sociale, e che i bambini e le bambine, se non fossero indotti dalla società, non avrebbero specifiche preferenze. In realtà le cose non stanno così, e la nostra specie, come tutti i primati, manifesta delle chiare preferenze per specifici giochi. In Svezia, paese che promuove in modo ufficiale l’uguaglianza di genere e in cui una fabbrica di giocattoli nel 2012 ha dovuto cambiare il catalogo di Natale perché non sufficientemente neutro rispetto al genere, lo psicologo sociale Anders Nelson ha esaminato centinaia di camerette e catalogato migliaia di giocattoli di bambini svedesi, arrivando “alla conclusione che le collezioni di giocattoli rispecchiavano esattamente gli stessi stereotipi osservati negli altri Paesi. I maschi possedevano più attrezzi, macchine e giochi da tavolo, mentre le femmine più oggetti per la casa e per accudire i bambolotti e i vestiti. Le loro preferenze si sono dimostrate immuni all’etica egualitaria della società svedese. Studi svolti in altri Paesi confermano che l’atteggiamento dei genitori ha un impatto limitato o nullo sulle preferenze mostrate dai figli nella scelta dei giocattoli” (pp. 37-38).

Di fronte a questo tipo di dati, la reazione tipica degli studiosi di scienze sociali è immediata: sappiamo bene come la costruzione del genere sia in larga parte inconscia e avvenga fin dalla nascita, confermando così che non ci sono società che possano sfuggire al controllo uniformante dei modelli culturali. Questa interpretazione circolare dei dati disponibili (per cui qualunque dato confermerebbe l’ipotesi della costruzione sociale) non spiega come mai la differenza vada sempre nella medesima direzione (con i maschi a prediligere i giocattoli “di azione” e le femmine quelli “di relazione”) (p.43). Soprattutto, non spiega come mai questa stessa differenziazione nei gusti ludici sia riscontata anche tra tutti i cuccioli di primati, sia in contesti sperimentali, sia in ambiente naturale (capitolo 1: “Noi siamo i nostri giochi”).

La proposta che de Waal fa ai biologi è di tener conto che non solo gli umani, ma anche moltissimi mammiferi attivano diversi comportamenti per imitazione e apprendimento, non quindi per “istinto”, un concetto che le scienze del comportamento stanno definitivamente abbandonando per qualunque specie, visto che il concetto di “istinto” sopravvaluta la programmazione genetica e sottovaluta la socializzazione, trasformando gli animali in individui meccanici scollegati gli uni dagli altri e dal contesto in cui si sviluppano. Per le cure parentali, in particolare, è evidente che i mammiferi hanno predisposizioni generali, che vanno attivate nei contesti ecologici in cui si possono realizzare. Le femmine dei mammiferi manifestano comunque una curiosità per i cuccioli nettamente superiore a quella dei maschi, ma poi imparano dall’esempio degli adulti le pratiche effettive di cura parentale.

Per gli studiosi di scienze sociali, la proposta di de Waal è speculare: gli umani non sono tabulae rasae da riempire con qualunque contenuto sociale, ma sono invece corpi vitali e strutturati, con inclinazioni, pulsioni e preferenze, e non c’è nulla di errato nel riconoscere il dimorfismo sessuale che caratterizza la nostra specie e la distribuzione bimodale di quel dimorfismo: maschi e femmine sono diversi e tutte le culture umane hanno riconosciuto questa differenza.

Se non si parte da questa evidenza, il rischio è la caduta nella paradossale ripresa contemporanea della contrapposizione tra mente e corpo, dando la precedenza alla prima a discapito del secondo. Se l’identità di genere (ma possiamo estendere la questione a qualunque funzione pubblica e politica dell’identità) è sempre più una condizione soggettiva, vale a dire uno stato mentale, allora quell’identità si fa più “essenziale”, e rischia di fagocitare tutte le altre: “Più il concetto di genere come costrutto sociale appare radicale, meno spazio rimane per il corpo” (p. 387). Non si tratta, in finale, di parlare solamente di identità di genere, ma di portare alla luce, nel dibattito sulla costruzione del genere, un problema politico fondamentale, che de Waal tocca appena, ma con precisione:

In ultima analisi è questo miscuglio di donne, uomini, bambine e bambini con un’ampia varietà di esperienze pregresse a rendere la vita interessante. Personalmente credo che tutto questo ci faccia anche molto piacere. Ecco perché rimango sempre perplesso quando viene richiesto a gran voce che la società sia neutra quanto al genere e che si prenda a malapena in considerazione il sesso biologico. Si pensa che il mondo sarebbe migliore senza differenze di sesso o, perlomeno, se si ponesse una minore attenzione alle stesse. Però si tratta di un obiettivo non soltanto irrealistico ma addirittura fuorviante […] Invece di incolpare l’antica divisione tra i sessi per quello che è, dovremmo affrontare il problema più profondo dei pregiudizi sociali e dell’ingiustizia (pp. 387-388).

Frans de Waal, Diversi. Le questioni di genere viste con gli occhi di un primatologo, Raffaello Cortina, Milano, 2022 (edizione originale 2022). 

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