RECENSIONE DI  
Gregory Bateson, Mary Catherine Bateson, Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del Sacro, Milano, Adelphi, 1989, pp.332. 

Come molti boomer, partecipo a un gruppo di whatsapp con i miei ex compagni del liceo, roba di quarant’anni fa. È una cosa abbastanza divertente, tranne quando si parla di calcio. Si parla parecchio di calcio, in effetti, e non è che io sia proprio un fanatico. Da un paio d’anni, grazie a mio figlio, sono diventato tifoso del Napoli (attenzione: prima che diventasse questo Napoli, non ci potete accusare di essere saltati sul carro dei vincitori), ma il grosso delle chiacchiere attorno al calcio mi stufa prestissimo. 

Nella chat del mio liceo la squadra che più suscita commenti “divisivi” è ovviamente la Juventus: ogni anno, da molti anni, a primavera (quest’anno è successo in anticipo, pare per colpa del cambiamento climatico) parte lo sfottò per l’eliminazione dalla Champions, così come per molti anni alla fine del Campionato partivano gli alè degli juventini campioni d’Italia per la millesima volta. 

Il “Presidente” della chat (che è poi giornalista sportivo, e pure milanista) ogni tanto bacchetta questo o quello per non essere abbastanza “asettico” nei suoi commenti o giudizi, ma io ormai sospetto che quel che i miei amici cercano sia proprio lo schieramento, la battaglia all’ultimo sangue, la guerra termonucleare totale tra juventinismo e antijuventinismo. Per i guardiani del primo, come si dice, la Juve è una fede, per i secondi la squadra torinese non solo incarna il male assoluto, ma addirittura è Il Male Assoluto. 

Mi chiedevo quindi cosa rappresenti questa opposizione così netta tra chi vede un qualunque ente (in questo caso: una squadra di calcio) come l’oggetto di una sincera venerazione e chi invece lo prende come stimolo all’odio più genuino. Facendo l’antropologo, mi è venuto in mente il povero Gregory Bateson, che nel suo sforzo intellettuale di studioso sociale voleva capire un oggetto peculiare, senza schierarsi tra i suoi cultori o tra i suoi detrattori. 

La “religione”, comunque la si intenda, sembra essere la Juventus degli argomenti trattati dagli studiosi di scienze sociali: da quando esiste un pensiero sistematico e wannabe scientifico sulla “società” (facciamo inizi Ottocento?), forse solo la parola “democrazia” ha suscitato un livello simile di tensione morale attorno al suo senso. 

La religione la sia ama o la si detesta. Nel campo delle scienze sociali prevale decisamente questa seconda postura, e anzi si parte dalla premessa che un vero scienziato debba essere anti-religione quasi quanto un vero sportivo dovrebbe essere anti-juventino. La religione è una cosa da lasciare ai teologi, ai professionisti del clero, ai fedeli, a coloro cioè che, per ignoranza o malafede (a seconda del livello di potere che gestiscono) sono incapaci di vederne il marcio, le contraddizioni, e di ammettere la corruzione degli arbitri, così evidente a noi che siamo ragionevolmente laici (“asettici”, direbbe il mio amico Davide). 

Un vero scienziato delimita “la religione” come un campo di appestati, e semmai studia quel che i miasmi che si propagano da quel campo producono nei territori attigui della politica, dell’economia o della psiche umana. Di solito non sono mai cose belle: la politica diventa gerarchica, l’economia diventa sfruttamento, e la psiche diventa letteralmente bacata, sotto gli influssi di quella roba lì, la religione. 

Gregory Bateson, invece, affronta la religione con lo stesso spirito con cui io vorrei parlare della Juventus. Era un ateo convinto, cioè, ma non si accontentava delle secche (cognitive prima ancora che morali) del materialismo degli scienziati e del dualismo dei filosofi cartesiani. Cartesio aveva deciso che il mondo andasse spacchettato scientificamente in una parte materiale (la “cosa estesa”) e in una spirituale (la “cosa pensante”) ma non era mai stato in grado di spiegare veramente com’era che le due “cose” comunicassero tra loro. Bateson invece crede che il mondo sia articolato in una componente passiva, che subisce “forze e urti”, e una componente attiva, che invece coglie somiglianze e differenze, e imposta, riconosce e struttura relazioni tra porzioni della parte passiva, portandole di fatto alla vita. Lui chiamava questo processo “Mente”, per significare tutto quello che nel mondo ha una struttura riconoscibile, un programma di azione, un processo di sviluppo. Un bocciolo è quindi una cosa (atomi di varie sostanze) che si organizza in un sistema di regole interne e diventa fiore, e poi frutto, grazie a questo lavoro della “Mente” intesa quindi non come uno spirito astratto, esterno la bocciolo, ma come un sistema di regole genetiche, parte stessa della materia ma in grado di dare comandi e istruzioni che attraverso il riconoscimento della significatività di alcune differenze (tra quella proteina e quell’altra, tra quel legame chimico e quell’altro) produce quel che chiamiamo Pensiero, o Intelligenza, o Vita. 

La religione per Bateson non è quindi un covo di malandrini intenti a opprimere i poracci, o una scatola nera di cui conosciamo solo gli effetti su altri spazi della vita umana. La religione è un oggetto culturale come gli altri, e per certi versi assolutamente unico, perché si può sintetizzare come lo spazio che ogni cultura si è data per provare a rispondere a questa domanda: come funzioniamo? Quali sono i comandi di base della nostra conoscenza e della Mente in questo senso cosmico? Il Sacro per Bateson è quello spazio delle culture in cui collochiamo i meccanismi di base della Mente, le forme più elementari (e quindi più essenziali) del funzionamento del mondo oltre l’antitesi tra materia e spirito. 

Invece di guardare alla Juventus da juventino o anti-juventino, Bateson era più interessato a capire come funziona la Juventus, a comprenderne il modulo di gioco e lo statuto societario, oltre le corruzioni dei suoi dirigenti o le eventuali doti magiche dei suoi campioni. Gli juventini però, vedendolo non ostile in modo prevenuto, lo scambiavano spesso per uno di loro, ma lui detestava i fricchettoni californiani suoi vicini di casa (e i mistici in generale) quanto detestava i suoi colleghi materialisti che si vantavano del loro nichilismo cinico spacciato per distacco scientifico. 

Rimase solo, Bateson, e morì prima di completare questa folle “epistemologia del Sacro”, con fatica portata a termine dalla figlia, Mary Catherine. Ci resta un libro frammentario, incompleto ma mai contraddittorio, perché in tutte le sue porzioni il gioco di Bateson resta lo stesso, come sintetizza la figlia: “Gregory era riuscito a trovare una posizione dalla quale parlare di «Dio», una posizione intermedia tra coloro che ritengono questa parola inservibile e coloro che la usano troppo spesso per difendere posizioni che Gregory considerava insostenibili” (p. 21). 

Sì lo so, i miei compagni di chat me l’hanno confermato: se avesse parlato della Juve, avrebbe forse fatto più fatica a trovare quella posizione intermedia. E infatti io non commento mai, soprattutto quando loro si sfottono e litigano sulla Juve. 

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