di Chiara Formica e Giada Giorgi

In un video di ormai qualche settimana fa, pubblicato prima su Instagram e poi ripreso da YouTube, una ragazza rom esclama, infastidita: «è il nostro lavoro, dobbiamo rubare. Ho rubato ieri, ho rubato oggi». Parole che sono la constatazione di uno stato di fatto, figlie di un sistema culturale nel quale lavorare equivale anche a rubare. Raccontano una rete sociale diversa da quella della maggioranza, ma che in qualche modo si muove negli interstizi delle sue maglie.

La diversità, soprattutto se fondata su palafitte socialmente e culturalmente costruite all’interno di uno spazio che consideriamo nostro, è urticante. Richiede lo sforzo, e in un certo senso anche il sacrificio, della convivenza con un’alterità che esige comprensione per non essere ridotta, fraintesa, stereotipata o messa all’indice in maniera sterile e faziosa.

Insomma, quanto sarebbe più facile gestire la diversità segregandola? Se gli zingari, ad esempio, avessero uno spazio loro, un campo, in cui poter fare le loro cose? Invece, il Rom – l’Alterità per antonomasia – ha questa cattiva abitudine di muoversi ogni giorno da uno spazio esterno o un ghetto ben delimitato interno alla città riversandosi in essa, nei suoi anfratti, infastidendoci. Così, per esempio, nella metro di Roma può capitare che la sicurezza Atac passi il messaggio all’interfono “Attenti agli Zingari”: un messaggio, diciamocelo guardandoci negli occhi, che ha scandalizzato i benpensanti molto meno di quanto siamo disposti ad ammettere. E allora il senso delle parole della ragazza borseggiatrice a Milano, ripresa nel video, è speculare al pensiero, neanche troppo taciuto, degli assidui frequentatori della metropolitana: siamo zingari, dobbiamo rubare. Sono zingari, rubano.

Il frame cognitivo associato alla parola rom è in questo caso ancestrale: L’antiziganismo è vecchio quanto lo ziganismo e anzi, lo precede, inventandolo: il Rom infatti è tanto una categoria immaginaria collettiva ben delineata, quanto una parola che non rimanda a nulla di concreto.

Cosa intendiamo per Zingaro? Un’etnia? Un modo di vivere? Una zona di provenienza? E qual è la differenza tra rom, sinti e caminanti?

Una cosa è certa: essere di etnia rom significa non poter accedere ai servizi essenziali, essere fuori dalle maglie stesse dell’identificazione, condannati alla non-esistenza. Lo zingaro sfugge, svicola, è spesso apolide perché nato in uno Stato che non esiste più, esiste affermando la negazione stessa dello Stato-Nazione. Iscrivere a scuola un bambino rom comporta un’escalation di esclamazioni e improperi da parte delle segreterie scolastiche, del personale ATA e dei docenti; Dal canto di chi invece iscrive i propri figli, li dichiara “romeni”, “bosniaci”, ma mai “Rom”.

Non importa quanto la cultura romaní goda delle sue tradizioni, dei suoi espedienti, dei suoi mestieri, delle sue classificazioni interne o della sua lingua. Quel che conta per noi è il suo essere ai due poli opposti: a un estremo il sogno, il violino, la libertà, i cavalli, il forgiare i metalli. All’altro estremo la questua, il rubare, il degrado, i copertoni in fiamme, le roulotte. E questo immaginario non riflette in alcun modo la complessità culturale, anzi come spesso avviene, sgrossa il ciocco di legno grezzo dell’alterità restituendo un’immagine del tutto fittizia, spacciata come assoluto.

Per questo, sentire una ragazza rom affermare con candido senso comune che il suo lavoro è rubare ci indigna e rimette insieme tutti i pezzi del nostro mondo. Rassicura le nostre coscienze, rafforza la frattura tra noi che siamo giusti e gli altri sbagliati. Segregare intenzionalmente delle persone all’interno di un campo riproduce esattamente gli stessi processi emotivi e sociali: aiuta a circoscrivere il capro espiatorio, a renderlo visibile mentre lo si allontana dal tessuto collettivo. 

Dire “ho rubato oggi e l’ho fatto anche ieri, ragione per cui lo farò anche domani” non aggiunge niente alle visioni di bene e male, di giusto e sbagliato attraverso le quali interpretiamo e costruiamo lo spazio sociale, semplicemente ne racconta altre, diverse. La questione è capire in che misura possano essere integrate e fatte convivere. Come far coesistere nello stesso ambiente due modelli etici opposti, come permettere loro di occupare lo stesso suolo pubblico.

Non stupisce che siano in pochi a battersi contro la segregazione degli zingari, oltre alle poche associazioni per gli zingari, per intenderci. Qualcuno è sceso per caso in piazza contro l’abominevole pretesa di rinchiudere delle persone in un campo di detenzione a via Salone? Eppure è un campo che contiene persone provenienti dalla Bosnia Erzegovina, Serbia, Montenegro e Romania.

E le loro storie.

Per saperne di più:

Leonardo Piasere, l’antiziganismo, Quodlibet 2015 

Leonardo Piasere, Rom d’Europa, Laterza 2009



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